Perché l’infrarosso altera la percezione del tempo?

Ci sono fotografie che sembrano appartenere a ieri. E ci sono fotografie che sembrano appartenere a nessun tempo preciso. Le fotografie infrarosse, quasi sempre, appartengono alla seconda categoria.
Non so dirti esattamente quando me ne sono accorto per la prima volta. È successo gradualmente, nel corso degli anni, guardando i miei archivi. Immagini scattate dieci, quindici, vent’anni fa che oggi sembrano ancora contemporanee. Non perché siano senza età nel senso banale del termine — ma perché hanno una qualità temporale diversa. Come se il tempo, in quelle fotografie, si comportasse in modo diverso da come lo conosciamo.
Ho cominciato a chiedermi perché.
IL TEMPO NELLE FOTOGRAFIE NORMALI
Una fotografia normale invecchia. Lo fa in modo sottile, a volte impercettibile, ma lo fa sempre.
I colori di una certa epoca. Un taglio di capelli. Un modello di automobile sullo sfondo. Un tipo di abbigliamento. Una qualità della luce che riconosciamo come appartenente a un decennio specifico. Anche senza volerlo, il cervello legge questi segnali e colloca l’immagine nel tempo. Dice — questa fotografia è degli anni ottanta. Questa è degli anni duemila. Questa è di oggi. È un meccanismo automatico, quasi involontario. Ma è potente. E condiziona completamente il modo in cui recepiamo un’immagine. Una fotografia datata porta con sé il peso della sua epoca. La guardiamo già sapendo, o intuendo, quando è stata fatta. E questo sapere cambia tutto — cambia il modo in cui guardiamo le persone ritratte, i luoghi, le situazioni. Le colloca in un passato definito. Le rende storia.
COSA SUCCEDE CON L’INFRAROSSO

L’infrarosso rompe questo meccanismo in modo radicale. La prima ragione è visiva. La pelle luminosa, quasi fuori dal tempo. Il cielo che si scurisce fino al nero. La vegetazione che diventa bianca o dorata. I colori — quando ci sono — che non appartengono a nessuna palette riconoscibile come contemporanea o passata. Tutto questo toglie all’immagine i segnali temporali che il cervello usa normalmente per collocarla in una data.
Non riesce a dire — questa fotografia è di ieri o di trent’anni fa. Non trova appigli. E in quella mancanza di appigli succede qualcosa di interessante: l’immagine smette di appartenere a un tempo specifico e comincia ad appartenere a tutti i tempi contemporaneamente. È una sensazione strana. Non è nostalgia — la nostalgia ha bisogno di un passato riconoscibile. Non è nemmeno modernità. È qualcosa di sospeso, di intermedio, di difficile da nominare.
LA LUCE CHE NON CAMBIA
C’è un aspetto più profondo di questo che ho capito solo con il tempo. La luce infrarossa non è una luce storica. Non appartiene a nessuna epoca fotografica in particolare. Non ha il grano della pellicola analogica degli anni sessanta. Non ha la saturazione digitale degli anni duemila. È una luce che esiste indipendentemente dalla tecnologia che la cattura — era lì prima che esistessero le fotocamere, e ci sarà dopo.
Quando fotografo in infrarosso non sto usando una luce contemporanea. Sto usando una luce che non ha età. E questo si trasferisce all’immagine in modo quasi fisico. Ho fotografie infrarosse scattate quindici anni fa che oggi, messe accanto a fotografie scattate la settimana scorsa, non mostrano nessuna differenza percepibile di epoca. Non perché siano identiche — sono diverse, come sono diverse due fotografie qualsiasi. Ma nessuna delle due sembra più vecchia o più nuova dell’altra. Esistono entrambe in quello stesso spazio sospeso, fuori dalla cronologia normale.
IL TEMPO SOSPESO COME SCELTA ARTISTICA
Quando ho cominciato a capire questo meccanismo ho smesso di viverlo come una caratteristica tecnica dell’infrarosso e ho cominciato a usarlo consapevolmente come strumento. Nei miei progetti fotografici il tempo è quasi sempre un tema implicito. *Il Peso del Non Detto* parla di qualcosa che non può più essere risolto — e il non poter più equivale a un tempo che si è chiuso per sempre. *Le Lacrime del Legno* racconta il tempo lungo della natura che riprende quello che l’uomo ha lasciato. *What Your Eyes See Not* è la parabola intera di una vita — dalla nascita alla morte, dall’inizio alla fine.
In tutti questi progetti avrei potuto usare una fotografia normale. Ma una fotografia normale avrebbe collocato quelle immagini in un momento preciso. Avrebbe detto — questo è successo adesso, o ieri, o vent’anni fa. Avrebbe limitato il racconto a una dimensione temporale specifica. L’infrarosso invece lascia il tempo aperto. Dice — questo è successo sempre. Questo succede ancora. Questo succederà ancora. Ed è esattamente quello che volevo dire.
PERCHÉ IL CERVELLO PERCEPISCE QUESTO COME ATEMPORALE

C’è una spiegazione anche più concreta di tutto questo, che riguarda il modo in cui il cervello elabora le immagini. Quando guardiamo una fotografia il cervello non la analizza solo come immagine — la analizza come memoria potenziale. Cerca di capire se appartiene al suo archivio di esperienze, se può collocarla da qualche parte nella propria storia visiva. Con una fotografia normale riesce quasi sempre a farlo. Trova i riferimenti, colloca l’immagine, la archivia.
Con una fotografia infrarossa questo processo si inceppa. I colori non corrispondono a nessuna memoria reale. La qualità della luce non appartiene a nessuna esperienza vissuta. Il cervello non riesce a dire — l’ho già visto. Perché non l’ha mai visto davvero, non in quella forma. E quando il cervello non riesce a collocare qualcosa nel passato, quella cosa rimane sospesa nel presente. Permanentemente presente, in un certo senso. Non datata, non archiviata, non chiusa in nessun cassetto della memoria.
Rimane aperta. Continua a chiedere qualcosa.
QUELLO CHE HO IMPARATO
Ho impiegato anni a capire che questa qualità atemporale dell’infrarosso non era un effetto collaterale della tecnica. Era il suo dono più grande. Viviamo ossessionati dal tempo. Dal prima e dal dopo. Da quello che è già passato e da quello che deve ancora arrivare. Ogni immagine che produciamo — ogni fotografia, ogni video, ogni ricordo — viene immediatamente collocata in una cronologia. Diventa passato nel momento stesso in cui esiste.
L’infrarosso resiste a questo meccanismo. Non completamente, non per sempre. Ma abbastanza da creare uno spazio diverso. Uno spazio in cui le cose esistono senza la pressione del tempo che passa. E in quel spazio, almeno per me, le emozioni che cerco di raccontare trovano la loro forma più vera. Perché le emozioni più importanti — il dolore, la perdita, l’amore, la nostalgia — non appartengono a un momento preciso. Ci attraversano nel tempo, cambiano forma ma non spariscono, tornano quando meno ce lo aspettiamo. Hanno bisogno di una luce che non invecchia per essere raccontate nel modo giusto.
E quella luce, per me, è sempre stata l’infrarosso.