Il confine Tra realtà e percezione

C’è una domanda che mi sono fatto per anni, ogni volta che guardavo una fotografia infrarossa appena aperta sul monitor. Non era una domanda consapevole — arrivava da sola, prima ancora che il cervello abbia finito di elaborare quello che vede. Questa è realtà o è percezione? Dopo più di vent’anni non ho ancora una vera risposta definitiva. Ma ho smesso di cercarla. Perché nel tempo ho capito che forse la domanda è più interessante della risposta.

COSA INTENDIAMO QUANDO DICIAMO REALTÀ

Siamo abituati a pensare che la realtà sia quello che vediamo. Sembra ovvio. Sembra persino banale dirlo. Eppure è una delle convinzioni più fragili che abbiamo. L’essere umano è una macchina fantastica, ma ha tante limitazioni, i nostri occhi vedono solo una porzione minuscola dello spettro elettromagnetico. Le nostre orecchie sentono solo una porzione minuscola di quella che è la gamma dei suoni. Tutto quello che esiste fuori da quella porzione che i nostri occhi vedono — e sono frequenze enormi, in entrambe le direzioni — semplicemente non esiste per noi. Non perché non ci sia. Ma perché non abbiamo gli strumenti biologici per percepirlo.

Quindi quando diciamo che il cielo è azzurro, che l’erba è verde, che la pelle ha un certo colore — non stiamo descrivendo la realtà oggettiva. Stiamo descrivendo la nostra percezione di una parte limitata della realtà. Una versione. Non l’unica. E senza andare troppo profondamente nella filosofia, basti pensare alle persone che hanno differenze visive come ad esempio il daltonismo o la quadricromia. Per queste persone il mondo ha un aspetto differente da quello di altre persone.

L’infrarosso me lo ricorda ogni volta che scatto.

DUE FOTOGRAFIE, UNO STESSO MOMENTO

Immagina di scattare due fotografie nello stesso istante, nello stesso posto, con la stessa luce. Una con una fotocamera normale. Una con una fotocamera modificata per l’infrarosso. Le due immagini sembreranno mondi completamente diversi. Eppure sono lo stesso mondo. Lo stesso momento. La stessa luce — solo osservata attraverso strumenti diversi.

Quale delle due è reale?

La risposta ovvia sarebbe: entrambe. Ma se ci fermiamo un secondo su questa risposta, ci rendiamo conto di quanto sia destabilizzante. Perché significa che la realtà che conosciamo — quella che diamo per scontata ogni mattina quando apriamo gli occhi — è solo una delle versioni possibili di ciò che esiste. Non è falsa. Ma non è completa.

IL RUOLO DELLA PERCEZIONE

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Percezione degli alberi innevati

La percezione non è una finestra sulla realtà. È un filtro. Filtra quello che i nostri sensi riescono a captare. Filtra quello che il cervello decide di elaborare tra tutte le informazioni che riceve. Filtra quello che la nostra esperienza passata ci ha insegnato a riconoscere come significativo. In questo senso ogni essere umano vive in una versione leggermente diversa della stessa realtà. Vediamo le stesse cose ma non le vediamo allo stesso modo. Sentiamo le stesse parole ma non le ascoltiamo allo stesso modo. Viviamo gli stessi eventi ma non li ricordiamo allo stesso modo.

La fotografia infrarossa rende questo meccanismo visibile in modo immediato e concreto. Non attraverso un ragionamento astratto — attraverso un’immagine. Qualcosa che puoi guardare, mostrare, confrontare. Guarda questa fotografia. Ora guarda come appare lo stesso posto ai tuoi occhi. Stessa realtà. Percezione completamente diversa. Non serve aggiungere altro.

QUANDO LA PERCEZIONE DIVENTA VERITÀ

C’è un aspetto di tutto questo che trovo particolarmente affascinante, e che va oltre la fotografia. Nella vita quotidiana tendiamo a trattare la nostra percezione come se fosse verità assoluta. Non solo per le cose visive — per tutto. Per le persone che conosciamo, per le situazioni che viviamo, per le emozioni che proviamo. Costruiamo una versione della realtà che sembra solida, oggettiva, indiscutibile. E poi ci comportiamo di conseguenza.

Ma quella versione è sempre e solo nostra. È costruita sui nostri sensi, sulla nostra storia, sui nostri limiti. Come la visione normale che non vede l’infrarosso — non è sbagliata, ma è incompleta. Quante volte nella vita abbiamo creduto di vedere chiaramente una situazione, una persona, un momento — e poi abbiamo scoperto che esisteva una parte che non avevamo visto? Non perché qualcuno ci avesse nascosto qualcosa. Ma semplicemente perché i nostri strumenti non erano abbastanza grandi per cogliere tutto. L’infrarosso mi ha insegnato ad avere un po’ più di umiltà nei confronti di quello che vedo. Mi ha insegnato che dietro ogni realtà apparente esiste sempre qualcosa in più. Qualcosa che non percepisco, non perché non esista, ma perché non ho ancora trovato il modo di vederlo.

IL CONFINE CHE NON ESISTE

Alla fine, dopo anni passati a lavorare con questa luce invisibile, sono arrivato a una conclusione provvisoria. Il confine tra realtà e percezione non esiste. O meglio — esiste, ma non è dove pensiamo che sia. Non è una linea netta tra il vero e il falso, tra l’oggettivo e il soggettivo. È qualcosa di molto più sfumato. È lo spazio in cui i nostri strumenti finiscono e il mondo continua. Ed è uno spazio enorme — molto più grande di quanto siamo disposti ad ammettere. La fotografia infrarossa vive esattamente in quello spazio. Non inventa nulla. Non mente. Mostra semplicemente una porzione di realtà che i nostri occhi non sanno raggiungere.

E ogni volta che qualcuno si ferma davanti a una mia fotografia e si chiede se quello che sta vedendo sia reale, sento che quella domanda è già una risposta. Perché significa che per un momento, anche solo per un istante, i confini di quello che considerava reale si sono allargati un poco. Non è poco. È forse la cosa più importante che una fotografia possa fare.

UNA DOMANDA APERTA

Non so se esista un modo per vedere la realtà così com’è davvero. Probabilmente no — siamo troppo dentro per poterla osservare dall’esterno. Ma so che ogni volta che uso una luce che i miei occhi non vedono per fare una fotografia, sto almeno provando a guardare oltre il bordo. A spostare di qualche millimetro i limiti di quello che considero visibile. Non è abbastanza. Non sarà mai abbastanza.

Ma intanto è quello che so fare.

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