Come Nasce Un Progetto Fotografico a Infrarosso?
Quando le persone mi chiedono come nasce un progetto fotografico, si aspettano che io parli di luci, di obiettivi, di location. Di tecnica. Invece la risposta che do quasi sempre li sorprende.
Un progetto nasce nella mia testa. E ci rimane a lungo, prima che io tocchi anche solo la fotocamera.

IL MOMENTO IN CUI TUTTO INIZIA
Non ho mai scelto razionalmente di fare un progetto fotografico. Non mi sono mai svegliato una mattina pensando — oggi decido di lavorare su un nuovo tema. Non funziona così, almeno non per me.
Il punto di partenza è sempre un evento. Qualcosa che mi è successo. Qualcosa che ho visto succedere a qualcuno vicino a me. Un momento preciso, a volte doloroso, a volte scomodo, che non riesco a lasciare andare.
Il Peso del Non Detto, ad esempio, è nato così. Da una consapevolezza che mi ha colpito come un pugno — quel momento in cui ti rendi conto che non puoi più chiedere scusa a qualcuno perché quella persona non c’è più. Non è lutto nel senso classico. È qualcosa di più specifico, più tagliente. Una porta chiusa per sempre su qualcosa che non è mai stato risolto. Quando ho vissuto quella sensazione, o quando l’ho vista negli occhi di qualcuno che mi stava raccontando la propria, ho capito che dovevo farne un progetto. Non sapevo ancora come. Ma sapevo che non potevo lasciarla lì senza darle una forma.
LA RIFLESSIONE: IL LAVORO CHE NON SI VEDE
Dopo l’evento iniziale arriva la parte più lunga. Quella che non si vede, che non produce ancora nessuna immagine, che a volte dura mesi.
Mi fermo a riflettere. E quando dico riflettere non intendo pensarci ogni tanto. Intendo lasciare che quella cosa lavori dentro di me, a volte consciamente, a volte no. Porto con me tutto quello che ho — la mia conoscenza filosofica, le letture, le esperienze, le domande che mi faccio da sempre sull’essere umano e sui meccanismi che lo governano.

Comincio a chiedermi perché. Perché esistono certi meccanismi psicologici. Cosa li scatena. Cosa producono nelle persone che li attraversano. Se quello che ho vissuto o osservato è un’esperienza isolata o qualcosa di universale — qualcosa che chiunque, prima o poi, potrebbe riconoscere come proprio.
È in questa fase che un progetto fotografico, per me, smette di essere personale e diventa qualcosa di più grande. Smette di raccontare la mia storia e comincia a cercare la storia di tutti.
LE IMMAGINI CHE ARRIVANO DA SOLE
A un certo punto, senza che io le forzi, le immagini cominciano a formarsi.
Non è un processo razionale. Non mi siedo a tavolino con un foglio bianco cercando di progettare le fotografie una per una. Le immagini arrivano. Lentamente, a volte una alla volta, a volte in piccoli gruppi. Come se la riflessione che avevo lasciato lavorare in silenzio avesse alla fine trovato una forma visiva da sola.
All’inizio sono vaghe. Un’atmosfera, una qualità di luce, una sensazione. Poi gradualmente diventano più precise. Un gesto. Una postura. Un volto con una certa espressione. Uno spazio con una certa luce.
Non forzo mai questo processo. Ho imparato nel tempo che forzarlo non serve — produce immagini tecnicamente corrette ma vuote. Le immagini che restano, quelle che dopo anni guardo ancora e sento che hanno ancora qualcosa da dire, sono sempre quelle che sono arrivate da sole, quando erano pronte.
Quando mi trovo con l’intero progetto in mente — tutte le immagini, la sequenza, il senso complessivo — so che è il momento di passare alla fase successiva.
IL SOGGETTO: NON CHIUNQUE

Qui molti fotografi fanno una scelta diversa dalla mia. Io non cerco il soggetto più bello, o il più fotogenico, o il più disponibile.
Cerco qualcuno che capisca. Qualcuno che senta il progetto — non solo intellettualmente, ma visceralmente, quasi intima. Qualcuno che quando gli spiego di cosa si tratta non annuisca educatamente ma rimanga in silenzio qualche secondo, come se stesse cercando qualcosa dentro di sé.
Quella pausa vale più di qualsiasi curriculum fotografico. E una delle cose che comunque ho sempre preferito è quella di usare soggetti non professionisti, ma persone con nessuna o una minima esperienza di posa. Cerco sempre la spontaneità nel soggetti fotografati oltre all’entusiasmo di una prima volta.
Perché davanti all’obiettivo si vede tutto. Si vede se una persona è lì per fare belle foto o se è lì perché il messaggio l’ha raggiunta davvero. E la differenza, nell’immagine finale, è enorme. Non è una questione di bravura o di esperienza davanti alla fotocamera. È una questione di empatia con quello che si sta cercando di raccontare.
Con certi progetti ho avuto la fortuna di trovare subito la persona giusta. Con altri ho aspettato. Perché preferisco aspettare piuttosto che compromettere qualcosa che ho costruito con mesi di riflessione.
LO SCATTO: L’ULTIMA PARTE, LA PIÙ FACILE
Quando finalmente arrivo alla sessione di scatto, la parte più difficile è già finita da tempo.
Non scatto migliaia di fotografie. Non ho mai avuto questa abitudine e non riesco nemmeno a capirla del tutto. Per me scattare centinaia di varianti della stessa immagine sperando che una venga bene significa non avere ancora chiaro cosa si sta cercando.
Io arrivo sul set con le immagini già in testa. So già, più o meno, cosa voglio ottenere. Il lavoro sul campo è trovare la luce giusta, trovare il momento giusto, trovare quella frazione di secondo in cui tutto quello che ho pensato per mesi converge in un’immagine reale.
Scatto quello che è necessario. Non di più. Ogni fotogramma è una scelta consapevole, non una scommessa statistica.

Questo non significa che non ci siano sorprese — anzi, le sorprese ci sono sempre, e quasi sempre sono le benvenute. A volte il soggetto fa qualcosa di inatteso che è meglio di quello che avevo immaginato. A volte la luce fa qualcosa che non avevo previsto e che cambia completamente la qualità di un’immagine. Ma queste sorprese arrivano su una base solida, su un’idea chiara. Non sono il risultato del caso.
PERCHÉ L’INFRAROSSO E NON ALTRO?
Una cosa che mi viene chiesta spesso è perché tutti questi progetti siano in infrarosso. Sarebbe possibile raccontare le stesse storie con una fotografia normale?
La risposta breve è no. O almeno — non allo stesso modo.
L’infrarosso porta con sé una qualità visiva che è perfettamente allineata con i temi che mi interessano. Il tempo sospeso. L’intimità viscerale. La sensazione che quello che stiamo guardando esista in uno spazio a metà tra il reale e il ricordo. Quella luce che rivela quello che normalmente rimane nascosto — le vene, la fragilità della pelle, la profondità degli occhi — è la stessa luce che mi serve per parlare di cose invisibili. Di emozioni non dette. Di meccanismi psicologici che esistono ma che non sappiamo mostrare.
Non è una scelta estetica. È una scelta di coerenza tra il linguaggio e il messaggio.
QUELLO CHE RIMANE
Quando un progetto è finito — quando le fotografie sono stampate, esposte, condivise — rimane sempre qualcosa.
Non è soddisfazione, o almeno non solo. È qualcosa di più simile a una quiete. Come se quella cosa che mi aveva colpito all’inizio, quell’evento che non riuscivo a lasciare andare, avesse finalmente trovato un posto dove stare.
Non sparisce. Ma non pesa più allo stesso modo. E devo riposare. Non perchè lo sviluppare il progetto dall’inizio alla fine sia stato una fatica enorme, ma perchè alla fine mi conivolge emotivamente proprio perchè preparo e sviluppo quella che è la medicina all’argomento del progetto.

Forse è questo, in fondo, il motivo per cui faccio progetti fotografici. Non per mostrare qualcosa al mondo — anche se spero che quello che mostro arrivi a qualcuno. Ma per trovare una forma a quello che altrimenti rimarrebbe senza forma. Per dare un nome visivo a cose che le parole, da sole, non riescono a contenere.
E l’infrarosso, con la sua luce invisibile, è ancora il linguaggio più onesto che conosco per farlo.