Il falso mito dei filtri fotografici

Quando sento parlare di “filtri” in ambito fotografico, specialmente quando qualcuno vede le mie immagini a infrarosso e mi chiede “che filtro hai usato?”, so che nella maggior parte dei casi il pensiero corre subito a qualcosa di digitale. A un effetto applicato in qualche sofisticato software di fotoritocco, a una leggera variazione di colore o contrasto che si attiva con un click. È diventato così, ormai: la parola “filtro” è stata completamente assorbita dal linguaggio dei social media e della post-produzione. Un filtro è qualcosa che si applica dopo, che si aggiunge.
Eppure, per chi lavora con la luce, un filtro è un oggetto fisico. È un pezzo di vetro ottico, spesso con rivestimenti specifici, che si avvita davanti all’obiettivo. È qualcosa che tocchi con le mani, che pulisci con cura, che proteggi come faresti con un obiettivo. Il mio primo filtro a infrarosso l’ho comprato con la stessa attenzione con cui avrei scelto un obiettivo, e per lo stesso motivo: perché modifica la luce che entra nella fotocamera, cambiando radicalmente il risultato finale.
La differenza è sostanziale: un filtro digitale aggiunge qualcosa dopo lo scatto, un filtro fisico sottrae qualcosa prima che lo scatto avvenga. Non modifica quello che già c’è, ma decide cosa deve arrivare al sensore.
Nel caso dell’infrarosso, il filtro che utilizzo non aggiunge alcun colore o effetto. Al contrario, blocca quasi completamente la luce visibile per permettere il passaggio esclusivo della luce infrarossa. È come se dicessi alla luce: “Quella che vedi si ferma qui. Solo quella che non vedi può passare”. Il filtro non inventa nulla: si limita a selezionare una porzione di luce che esiste già, ma che i nostri occhi non possono percepire.
Ma allora cosa sono i filtri ad infrarosso?

E qui entriamo nel dettaglio più affascinante e più profondo della scelta fotografica: non tutti i filtri a infrarosso sono uguali. Quello che chiamo “720nm” è diverso da un “850nm”, e la differenza non è solo tecnica ma profondamente artistica.
Un filtro 720nm, noto anche come R72 è il più popolare e versatile. Lascia passare una piccola quantità di luce rossa visibile, il che permette di creare in post-produzione i celebri “falsi colori” che spesso associamo alla fotografia infrarossa. Il cielo diventa blu scuro, le foglie bianche o rosa, l’insieme onirico e riconoscibile. Un filtro 850nm, invece, taglia quasi completamente la luce visibile, restituendo immagini in bianco e nero ad altissimo contrasto, più asciutte, più drammatiche. E ci sono filtri con valori più bassi, come 550nm o 590nm, che producono colori più vibranti e surreali, cieli che tendono al blu, vegetazione che vira verso il rosa o il rosso intenso.
Non c’è un filtro migliore di un altro. Non esiste il filtro “giusto” per l’infrarosso. Esiste il filtro che esprime meglio la tua visione.
Quando scelgo un filtro piuttosto che un altro, non sto facendo una scelta tecnica. Sto facendo una scelta artistica. Il filtro 850nm restituisce un’immagine più severa, più scultorea, quasi metafisica. Il 720nm è più morbido, più accessibile, ma anche più ricco di possibilità cromatiche. Non sono alternative che si equivalgono: sono linguaggi diversi. E il linguaggio che scelgo è strettamente legato a ciò che voglio comunicare, allo stato d’animo che voglio evocare, alla relazione che voglio instaurare tra il soggetto e chi guarda.
Con il tempo sono riuscito a collezionare molti tipi differenti di filtri ad infrarosso, a partire da 550nm fino ad arrivare a 1100nm.
Il filtro IR non è un trucco da laboratorio. È il mio pennello. È il tratto di matita che decido di usare prima ancora di iniziare a disegnare. E come un pittore sceglie tra olio e acquarello non per moda, ma per necessità espressiva, io scelgo tra un filtro e l’altro per dare forma a ciò che ho visto prima ancora di scattare.
Per questo, quando sento dire “l’infrarosso è un filtro di Photoshop”, sorrido. Perché so che dietro ogni mia immagine c’è un pezzo di vetro, una scelta consapevole, e una luce che esisteva già ma che solo quella scelta ha permesso di rivelare.