Cosa vede realmente una fotocamera a infrarosso?
Quando guardiamo il mondo intorno a noi, siamo convinti di vedere tutto quello che c’è. Invece non è affatto così. I nostri occhi sono sensibili solo a una piccola fetta della luce che esiste davvero: quella che chiamiamo “luce visibile”. Ma intorno a noi, sempre, c’è un’enorme quantità di luce che non possiamo percepire. Una di queste è l’infrarosso.


Io ho iniziato a occuparmene sul serio nel 2009, ma la vera svolta fu quando modificai la mia prima reflex per il full spectrum. Fino a quel momento pensavo che l’infrarosso fosse roba da militari o da termometri. Invece no: il sole emette infrarosso continuamente, le piante lo riflettono, perfino il nostro corpo ne emette sotto forma di calore. Non è fantascienza, è fisica base. Il problema è che i nostri occhi sono “fatti male” per questo scopo: vedono solo ciò che sta tra il rosso e il violetto, e basta. L’infrarosso sta appena oltre il rosso, ma per noi resta invisibile. Come per gli ultrasuoni: alcuni animali li sentono, noi no. Stessa cosa.
Quindi quando guardo una foto infrarossa non sto mostrando una “visione alternativa” inventata al computer. Sto solo usando uno strumento – la fotocamera modificata – che riesce a vedere quello che i miei occhi non possono. Non c’è magia. C’è solo un pezzo di realtà che di solito ignoriamo.

Una normale fotocamera può vedere l’infrarosso? No, quasi mai.
Questa è una delle domande che mi fanno più spesso. La risposta breve è: no, non così come serve. Nel dettaglio: il sensore di qualsiasi fotocamera digitale sarebbe tecnicamente sensibile anche all’infrarosso.
Ma i costruttori mettono dentro un filtro speciale, chiamato “IR cut filter”, che blocca quasi tutta quella luce. Lo fanno per un motivo semplice: vogliono che i colori nelle foto normali assomiglino a quelli che vedi tu con i tuoi occhi. Senza quel filtro, il rosso delle mele o il verde dell’erba verrebbero fuori strani, alterati.
Quindi una fotocamera da negozio non è in grado di fare fotografia infrarossa “vera”. Però puoi modificarla. Si toglie il filtro interno, lo si sostituisce con un vetro che lascia passare certe lunghezze d’onda, e poi davanti all’obiettivo si mette un filtro esterno specifico (per esempio 720nm, 850nm, io spesso uso 850nm per il bianco netto degli alberi). Solo a quel punto la macchina inizia davvero a vedere l’invisibile. Non è una modifica che fai con un click in Photoshop. È una procedura fisica, che richiede precisione, e io l’ho fatta da solo sulle prime macchine – con qualche rischio e qualche errore, va detto.

Una volta modificata, la fotocamera inizia a comportarsi in modo completamente diverso. Gli alberi diventano bianchi o chiarissimi, il cielo si scurisce fino a diventare nero, la pelle delle persone cambia aspetto, l’erba sembra argento. Non perché la macchina “sbagli”. Ma perché ogni materiale riflette l’infrarosso in modo diverso. Una foglia di quercia, per esempio, può riflettere oltre il 50% dell’infrarosso che riceve. L’aria, invece, ne riflette pochissimo. Il risultato è un contrasto fortissimo che non esiste nello spettro visibile.
Perché continuo a usare l’infrarosso nelle mie foto?
Non lo faccio perché cerco lo strano a tutti i costi. Lo faccio perché mi ha insegnato qualcosa che nessun altro tipo di fotografia mi aveva mostrato: la realtà è molto più grande di quello che possiamo vedere. Noi tendiamo a dare per scontato che il mondo finisca dove finisce la nostra vista. Ma non è vero. L’infrarosso esisteva prima di noi, esiste mentre leggiamo questo post, esisterà dopo. Solo che non lo vediamo.
E la fotografia infrarossa, per me, è un modo per ricordarmelo. Quando guardo una foto con gli alberi bianchi e il cielo scuro, non penso “che effetto strano”. Penso: “ecco, questo pezzo di mondo è sempre stato lì, e solo adesso lo sto guardando”. La macchina fotografica non ha inventato nulla. Ha solo tradotto l’invisibile in qualcosa che i miei occhi possono finalmente vedere.
Se dovessi riassumere in una frase il senso di questa Nota Invisibile e del mio lavoro con l’infrarosso, direi così: non impariamo mai abbastanza che quello che vediamo è solo una parte di quello che c’è. E ogni tanto, cambiare occhi – anche con una macchina modificata – può fare la differenza.