Perché gli alberi diventano bianchi nell’infrarosso?

Una delle cose che colpisce di più quando si osserva una fotografia a infrarosso è il colore degli alberi.

Le foglie sembrano neve.
I prati diventano chiarissimi.
La vegetazione appare quasi luminosa.

La prima volta che ho provato sul serio l’infrarosso in digitale è stata al parco del Castello di Miramare, qui a Trieste. Avevo appena modificato da me una vecchia fotocamera per il full spectrum. Non sapevo bene cosa aspettarmi.

Ricordo che puntai verso un vaso con una palma, sfondo cielo. Usai un filtro da 850nm. Quando guardai il display, rimasi fermo qualche secondo. La palma era bianchissima. Non grigio chiaro, non un effetto di posa. Bianca come se qualcuno l’avesse spolverata di neve in una giornata di sole.

Pensai subito a un errore, a un difetto della modifica. Invece no: avevo appena scoperto sul campo che gli alberi, nell’infrarosso, sono davvero così. Non è un filtro Instagram, non è Photoshop. La spiegazione è fisica e semplice: le foglie riflettono una quantità enorme di luce infrarossa perché la loro struttura interna (soprattutto il mesofillo) è fatta per rimandare indietro quelle lunghezze d’onda, mentre assorbono il visibile per fotosintesi. Noi non vediamo quella luce, ma la fotocamera sì. E siccome l’immagine Infrarossa a quelle frequenze è fatta da toni di bianco, la vegetazione diventa luminosissima.

L’effetto Wood e quel contrasto che non ti aspetti

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Fotografia con filtro a 950nm

Negli anni ho imparato che questo fenomeno ha un nome: effetto Wood, da Robert W. Wood, un fisico che all’inizio del Novecento studiava l’invisibile con metodi quasi artigianali. Quello che colpisce chi mi chiede “ma è vero o falso?” non è solo il bianco degli alberi, ma il contrasto con il cielo.

Perché il cielo, nell’infrarosso a 720 nm o oltre, diventa scuro, a volte nero. L’aria non riflette molto Infrarosso, anzi la disperde poco. Mentre una foglia di quercia in pieno sole può riflettere fino al 50–60% dell’infrarosso che riceve. Il risultato è un paesaggio che non esiste per i nostri occhi ma che è perfettamente reale: alberi che sembrano illuminati da dentro, cielo drammatico, erba che diventa argento.

Io da fotografo non cerco lo strano per forza. Cerco quello che non possiamo vedere normalmente. E ogni volta che inquadro un bosco in Infrarosso, so che la macchina non sta inventando nulla. Sta solo traducendo qualcosa che esisteva già, silenzioso.

Perché continuo a usare l’infrarosso dopo tanti anni?

Se dovessi dire cosa mi tiene ancora qui con queste fotocamere convertite e questa insolita tecnica fotografica, non è solo la scienza. È una sensazione precisa: quando guardo un albero bianco nell’infrarosso, so che quel bianco non è un trucco, ma una verità parallela. La realtà è più grande di quello che i nostri occhi possono cogliere. E la fotografia infrarossa me lo ricorda ogni volta. Non ho mai voluto fare foto “surreali” a tutti i costi.

Ho iniziato per curiosità tecnica nel 2009, e continuo perché ogni scatto mi restituisce un mondo che sembra familiare ma mai uguale a se stesso. Gli alberi non diventano bianchi: li vediamo bianchi perché stiamo finalmente guardando una parte di luce che ignoriamo da sempre. E per me, questo Il Motivo Per Cui Queste Immagini Continuano Ad Affascinarmi Così Profondamente.

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